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Le menzogne del (tele)giornale

Il (tele)giornale è sempre alla ricerca
di una notizia sensazionale,
da sbattere in prima pagina,
da mandare in diretta nazionale;
qualcosa di eclatante ma apparentemente reale,
che faccia sobbalzare dal divano,
che faccia sussultare il cuore,
che faccia gridare:”Orrore!”.

Il giornalista è il vero terrorista,
arrivista, rigorista e disfattista.

Deve infonderti la paura,
senza fare distinzione,
tra cosa è reale e cosa finzione,
è uno spacciatore di disinformazione,
deve prenderti alla sprovvista.
Se non ti manovra, è stata una svista,
deve sempre rigirare la frittata,
che faccia indignare il perbenista,
che salvi le apparenze, la facciata.

Anarchico, no-global, dissidente, facinoroso,
è solo l’ennesimo appellativo pretestuoso.

Bisogna sempre trovare un capro espiatorio
da immolare, un agnello sacrificale;
per etichettare il nemico nazionale,
per canalizzare l’odio personale,
per distogliere l’attenzione,
per dirottare l’informazione,
per plagiare l’opinione generale,
canalizzarla in una prospettiva distorta,
trasformarla in una mentalità contorta.

Populista, sovranista, complottista,
paroloni a cui viete attribuito il significato che più è gradito.

Vieni bombardato, inondato, spammato,
finché non sei stato sufficientemente indottrinato
finché la lezione a memoria non hai imparato,
finché il desunto “male” non è stato esorcizzato
e finché il presunto “bene” non ha trionfato.

False verità, parzialmente,
integralmente, volutamente occultate.

Non è altrettanto disdicevole
ergersi a paladini della libera informazione
quando sei palesemente, platealmente
sulla busta paga di qualche malfattore,
la tua non può essere “verità” per definizione,
fai gli interessi di qualche corporazione,
di una fazione, di una congregazione.

Manipola una mente, assopisci una coscienza,
plasmale a tua immagine e somiglianza.

il telespettatore, che cerca di farsi un opinione, 
che rifiuta la sua visione preconfezionata,
che rifiuta la sua logica surrogata,
che rifiuta la sua propaganda spudorata,
che rifiuta la sua prospettiva stigmatizzante,
che rifiuta la sua dialettica esacerbante,
diventa il nuovo obbiettore di coscienza,
il peccatore che deve fare penitenza,
l’imputato che deve presentarsi all’udienza.