You are currently viewing Le Stagioni della Vita

Le Stagioni della Vita

Dicono esserci una stagione per ogni età, dall’infanzia alla senilità e forse oltre nell’aldilà. Tutti anelano all’eternità, non si sa mica che cosa accadrà…

La Vita nasce da un seme e da un grembo, la via è irta e il tragitto sghembo. E’ un miracolo che sboccia dal nulla o poco più, sarà mica opera di belzebù!

Tanto incredibile quanto frangibile.

La primavera è l’infanzia, innocente purezza, cucciola che porta tenerezza. I colori sboccian in tutta franchezza, rigogliosa fiorisce la Bellezza. Delicate fragranze nell’aere promana, è la Natura a regnar sovrana!

Arriva l’adolescenza, spensierata innocenza, di affetto c’è carenza..

La gioventù poi prorompe d’estate, le fragranze si fan fruttate, le maniere avventate. Raggi cocenti splendon nel ciel di mezzodì, l’amor s’infoca ed è sempre venerdì! Si rimane abbacinati, dai sentimenti accecati, alle volte anche ingannati. Sciami s’odono frinir in lontananza, è la calura che incessante avanza.

Frenesia brulicante, errabonda viandante.

A metter giudizio ci pensa poi l’autunno, anche se nel cuor è sempre alunno. Giunge la mezza età ma spuntan come funghi anche preoccupazioni e responsabilità. Le chiome diventan spoglie, d’arancio si tingon le foglie, è già giunta l’ora di prender moglie! La nebbia s’alza, l’eco di una sirena s’ode in lontananza.

Sopraggiunge infin il canuto inverno, ossuto, sparuto, alle volte anche cocciuto, è risaputo… Ciclicamente si ritorna al candore, ogni fiocco è uno stupore, ci si rintana per sentir calore. E’ tornata la tenerezza, la seconda giovinezza, sebbene sia sfiorita la bellezza. Le vette si fanno innevate, le atmosfere fatate, le giornate si sono accorciate.

Il freddo si fa forte, è ora di calar la coltre!

La fine non è scritta, il destino non è segnato, sta pur certo che il fato verrà sfatato! Forse un giorno rinascerai essere alato!

Riflettere, respirare, alzarsi, sorridere, e nella calma, proseguire. C’è un sogno da conquistare. C’è un futuro da costruire.

Hermann Hesse